Ecco il secondo pezzo, sicuramente più attinente con i temi trattati da questo blog . E’ un’ intervista allo scrittore Christian Salmon che analizza la funzione del “raccontare il mondo” nella costruzione dell’egemonia culturale.
T.C.
«Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino in senso inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories. Non racconta l’esperienza del passato, ma disegna i comportamenti, orienta i flussi di emozioni, sincronizza la loro circolazione. Lontano da questi “percorsi del riconscimento” che Paul Ricoeur decifrava nell’attività narrativa, lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e a conformarsi a determinati standard».
Fondatore, nel 1993, del Parlamento internazionale degli scrittori, lui stesso scrittore, membro del Centre de Recherches sur les Arts et le Langage del Cnrs di Parigi e collaboratore di Le Monde , proprio su questi temi, Christian Salmon ha pubblicato lo scorso anno in Francia un volume che Fazi propone ora al pubblico italiano, Storytelling, la fabbrica delle storie (pp. 216, euro 18,00): un viaggio nel nuovo cuore della politica, l’arte di raccontare storie trasformata dall’industria della comunicazione e dal nuovo capitalismo globale nella maggiore risorsa a disposizione della Rivoluzione conservatrice che attraversa il mondo e che ha fatto degli Stati Uniti il proprio laboratorio.
Storytelling? Prima di tutto cerchiamo di definire con chiarezza di cosa si sta parlando e quanto ha a che fare con la politica.
Lo storytelling, a lungo considerato come una forma di comunicazione riservata ai bambini, sta conoscendo negli Stati Uniti un successo sorprendente dalla metà degli anni Novanta. E’ una forma di discorso che si impone in tutti i settori della società e trascende i confini politici, culturali o professionali, realizzando quello che i sociologi hanno chiamato il narrative turn, poi paragonato all’ingresso in una nuova epoca, l’”epoca narrativa”. Il concetto stesso di narrazione ha iniziato la sua deriva da un continente scientifico all’altro; dalla psicologia all’educazione, dalle scienze sociali a quelle politiche, dalla ricerca medica alla giurisprudenza, alla teologia o alle scienze cognitive. E’ attraverso questa deviazione che lo storytelling è potuto apparire come una tecnica di comunicazione, di controllo e di potere. Quanto alla politica, il quadro è chiaro: gli uomini politici e i loro consiglieri cercano di attrarre l’attenzione del pubblico, strutturando il loro messaggio nella forma della storia, del racconto, del feuilleton. Non solo. Si tratta di utilizzare tutte le tecniche proprie alla narrativa, non rinunciando a fare ricorso ai colpi di scena, alla suspence, all’introduzione costante di nuovi elementi pur di mantenere inalterata la tensione del racconto. Si tratta di strutturare il proprio discorso nella forma della storia, come accade del resto già per il marketing e per l’industria della comunicazione.
Quale il periodo a cui si può far risalire l’irruzione di questo stile del marketing nel linguaggio della politica?
Credo che questo momento si possa situare intorno al 1992, con la campagna elettorale di Bill Clinton negli Stati Uniti e l’inizio dell’ascesa di Tony Blair in Gran Bretagna. Alastair Campbell, il giornalista politico che sarebbe divenuto portavoce del leader del New Labour e che incarna un po’ questa innovazione sulla scena inglese, lo ha spiegato molto bene dicendo che nell’epoca delle tv via cavo, delle news 24 ore su 24 e dell’esplosione di internet nessun politico può pensare di limitare i propri interventi a spazi privilegiati, come il telegiornale delle otto di sera. Il paesaggio mediatico era completamente cambiato e, spiegava Campbell, i politici dovevano necessariamente imporre i propri temi in modo altrettanto nuovo: creando la notizia intorno a sé. Vale a dire lo stile proprio agli operatori del marketing che si misurano con la concorrenza cercando in tutti i modi di attrarre l’attenzione sui propri prodotti. Certo, il terreno era già stato lavorato anche prima degli anni Novanta, in particolare dall’equipe di Ronald Reagan che nel decennio precedente, come già alla fine degli anni Settanta, si era data l’obiettivo esplicito di “controllare i media” attraverso una costruzione quotidiana di avvenimenti e di uno scenario proprio agli interventi del Presidente. Mancava però il pieno dispiegarsi delle nuove forme di comunicazione che è arrivato solo in seguito, in particolare con lo sviluppo di internet.
A partire dagli Stati Uniti, sembra che siano stati gli interpreti della Rivoluzione conservatrice degli ultimi decenni ad appropriarsi della forma narrativa applicata alla politica, fino a farne il cuore della loro offensiva. Perché?
Per far passare la svolta del neoliberismo, con il suo carico di costi sociali, tagli e smantellamento del sistema di welfare, la rivoluzione conservatrice incarnata al suo debutto da figure quali quelle di Reagan o di Thatcher, ha dovuto in qualche modo ingannare l’opinione pubblica, riuscendo a trasformare quelli che sociologicamente non potevano che essere elettori dei partiti di sinistra, in elettori delle nuove destre. Negli Stati Uniti i repubblicani hanno intuito subito l’importanza della posta in gioco, investendo milioni di dollari nella battaglia delle idee attraverso il finanziamento dei think thank intellettuali. E’ in quel periodo che Reagan parlava della “welfare queen”, della donna che si era comprata una cadillac con i soldi del sussidio di disoccupazione. Si trattava ovviamente di una “bufala” che è però rimasta celebre nel dibattito pubblico americano. I conservatori volevano far passare il messaggio che la solidarietà e l’assistenza erano quasi dei sinonimi di abuso, corruzione, truffa, uso privato dei fondi pubblici: per ottenere questo risultato puntavano a “criminalizzare” le radici stesse dello Stato sociale, culturali e sociologiche prima ancora che politiche. Lo storytelling è diventato così il cuore della loro offensiva, perché dovevano inventare una nuova narrazione della realtà costruita intorno alle loro proposte politiche e non più alle condizioni di vita presenti davvero nella società. E’ questo il modello che ha continuato a imporsi anche con Bush, Sarkozy e lo stesso Berlusconi nel vostro paese: la trasformazione della politica in fiction per far sì che i poveri votino per i ricchi. Si tratta di una chiave narrativa che, per quanto detto, interessa soprattutto i politici di destra, anche se la sinistra liberale sembra ispirarsi sempre più spesso al medesimo modello, come illustrato ampiamente sia da Blair che da Veltroni.
Lo storytelling sembra così imporsi nell’epoca che è stata presentata come quella della “fine della storia”. I racconti ispirati ai metodi del marketing hanno preso il posto delle grandi narrazioni collettive che hanno attraversato il Novecento?
In qualche misura credo proprio di sì. Stiamo parlando di un fenomeno che si situa alla convergenza di diversi elementi: la trasformazione dei media, l’irrompere della Rivoluzione conservatrice e, per l’appunto, il clima internazionale del dopo ‘89 caratterizzato da quella che François Leotard ha definito come «la fine delle grandi narrazioni di emancipazione». Nell’epoca della fine delle ideologie le piccole storie create dallo storytelling hanno un sicuro impatto sulla società: le false risposte che vengono offerte ai problemi reali vissuti ogni giorno da ciascuno di noi si affermano proprio in un contesto sociale privato ormai di ogni interpretazione ideologica.
Negli Stati Uniti con l’11 settembre questo scenario ha subito un’ulteriore drammatica accellerazione: lo stile narrativo applicato alla politica sembra essersi trasformato in una sorta di war movies. Cosa ne pensa?
In effetti, volendo riassumere in una formula quanto accaduto, si potrebbe dire che si è passati improvvisamente, dopo l’attacco terroristico subito dall’America, dallo storytelling ideologico a quello di propaganda, condito con tutte le menzogne sulle armi di distruzione di massa che sarebbero state in possesso di Saddam Hussein. Nel mio libro cito una conversazione tra Karl Rove, il principale consulente strategico delle due campagne presidenziali vinte da George W. Bush, e Ron Suskind, un giornalista del Wall Street Journal autore di varie inchieste sulla comunicazione della Casa Bianca, da cui emerge come i repubblicani non abbiano costruito solo una retorica intorno alla guerra, ma una vera e propria strategia politica. Rove scherza con Suskind definendolo spregiativamente come un “membro della comunità del reale” e gli dice: «Dopo l’11 settembre è tutto cambiato, noi, gli Stati Uniti, siamo diventati un Impero e con le nostre azioni creiamo la nostra realtà». Non siamo perciò di fronte agli strumenti più o meno radicali di una campagna elettorale o al tentativo di influenzare i media, bensì a un progetto che vuole ridefinire completamente la stessa narrazione del mondo e arruolare in questa battaglia, centrata sullo scontro tra “il bene” e “il male”, l’America e i suoi nemici, quanti operano nell’industria culturale, dai giornalisti ai registi cinematografici.
Lei definisce l’11 settembre come «la fine del racconto americano», contrapponendo lo storytelling della guerra alla grande tradizione narrativa degli Stati Uniti. Vale a dire?
Gilles Deleuze pensava che la superiorità della letteratura americana consistesse in un certo rapporto col reale, con lo spazio, con l’idea di frontiera e di conquista. Questa costruzione narrativa della nazione è stata rafforzata ancora dall’afflusso degli immigrati nel corso del XX secolo. Per molto tempo l’America ha rappresentato, più che una destinazione sulla carta celebrata dalle immagini di Hollywood, un “orizzonte narrativo” verso il quale accorrevano gli immigrati da tutto il mondo; un paese dove tutto era possibile e che offriva a ciascuno una pagina bianca, la possibilità di cominciarvi una vita nuova: allo stesso tempo nazione e narrazione. L’immigrazione era vista in modo positivo, le frontiere avevano un contorno esaltante, mutevole; l’America si presentava a un tempo come una promessa e come un mistero. Con l’11 settembre tutto ciò è finito: le tradizionali nozioni di identità, immigrazione e frontiere sono state completamente stravolte. L’identità americana è stata rivista in termini religiosi dallo stesso Bush; la frontiera ha smesso di essere un luogo di passaggio e di scambi per trasformarsi in una trappola per sans papier e clandestini che sono diventati i simboli con cui si è riassunto il nuovo discorso pubblico sull’immigrazione. Una nuova America che ha deciso di rinunciare a ciò che c’era di più affascinante nella sua narrazione collettiva ha così preso forma, lasciando spazio solo allo storytelling di guerra popolato da tutti i suoi nemici e pericoli: l’immagine di un paese in guerra con il mondo.
Tra poche settimane gli Stati Uniti avranno un nuovo presidente: fin qui McCain sembra aver insistito su temi “narrativi” molto vicini a quelli utilizzati da Bush, Obama sembra invece essere andato in un’altra direzione. Dal suo osservatorio come li giudica?
In questo caso mi concentro sul candidato democratico. Una delle cose più interessanti della campagna elettorale di Barak Obama risiede proprio nello sforzo semantico che sta facendo, cercando di aggirare e superare il codice narrativo che si è imposto negli ultimi anni negli Stati Uniti. Obama ha un approccio aperto, privilegia il dialogo sul piano internazionale e l’incontro tra le culture, sembra guardare con attenzione alla realtà. Del resto la stessa biografia di Obama ci parla di un uomo globale, di un figlio della mondializzazione delle culture. La sua storia si è scritta in qualche modo nella “periferia” dell’America, in paesi pericolosi come l’Indonesia, con un padre africano. Dunque un’identità aperta e meticcia che credo possa parlare a quella parte dell’America che è rimasta orfana di un racconto collettivo che parta dalla realtà e non sia prigioniero delle bugie del marketing e della guerra.
Intervista a cura di Emanuela del Frate
http://www.liberazione.it del 18/10/2008