Finale di Partito

Ho appena finito di leggere l’intervista rilasciata dall’ex segretario del PRC Franco Giordano a Repubblica. Qualche pensiero a caldo: In parte mi sento sollevato, perchè la rissa permanente e/o la convivenza con un gruppo dirigente che ha fatto strame dell’esperienza della migliore Rifondazione stava diventando insostenibile.Non posso però non provare ancora una volta anche una rabbia e un’amarezza profonde per come sta avvenendo tutto. Ancora una volta una decisione importante presa con un colpo di testa e annunciata a mezzo stampa, sulla testa di tutte/i i quadri e le/i militanti.
In contemporanea l’annuncio della nascita di una nuova sottocomponente che, costi quel che costi, resterà dentro il PRC; il tutto in un quadro desolante in cui si moltiplicano gli abbandoni individuali e lo sfacelo nei territori- dove ci sono compagne e compagni che vorrebbero continuare ad impegnarsi insieme per cambiare le cose lasciati senza uno straccio di indicazione.
Un percorso cominciato nella fase congressuale all’insegna del rilancio e dell’aggregazione a sinistra finisce così con un “rompete le righe ” generale. Siamo lontani anni luce anche dal grande entusiasmo percepito il 13 dicembre al teatro Ambra Iovinelli. Si dice che l’ora più buia della notte sia quella che precede l’alba. Sarà vero anche stavolta? C’è nessuno là fuori?

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Il Padrino-parte V :la cosca virtuale ( e la politica reale)

“…Quello della comunità creata su Facebook pro-Totò Riina e in merito al quale, proprio qualche giorno fa, si è espresso anche il senatore D’Alia, ha assunto le proporzioni di un vero e proprio caso nazionale.”… ( Da Tempostretto”)

Il sottobosco del nostro paese -ancora profondamente intriso di cultura mafiosa- e il puritanesimo made in USA , per il quale una donna che allatta al seno è più pericolosa per l’equilibrio dei giovanissimi di mille immagini di morte e distruzione..si può immaginare miscela più putrida e ridicola?
Se è vero che facebook è una piazza virtuale, allora tutte e tutti come cittadini abbiamo il diritto -dovere di intervenire per chiedere che questo luogo non ci costringa a convivere -come già accade, nostro malgrado, nella realtà- con mafie e di ogni genere.
Certi deputati di certi partiti che con i collusi e i complici vivono benissimo farebbero invece bene a riservare le proprie indignazioni a comando per migliori cause. A cominciare dalla pulizia delle proprie liste elettorali.
Per quanto mi riguarda, continuerò a trovare molto più sana ed etica la foto di una modella di playboy piuttosto che il muso triste e cattivo di Totò Riina. Su facebook come ovunque.

…Di partiti, scissioni ed altre sciocchezze…

dsc00826Roberto Musacchio, capogruppo del PRC/SE al Parlamento Europeo, interviene sul travaglio di Rifondazione.

Sono d’accordo con lui quasi su tutto. Lo ospito quindi su questo blog, con alcuni degli interrogativi che mi ha fatto nascere il suo intervento.

La scissione di Gianni e Pinotto

Ho deciso di chiedere ospitalità al sito di rifondazione per la sinistra per scrivere questa volta in stile blog, cioè partendo da me.
Posso dire, a 52 anni, di avere avuto una vita politica abbastanza lunga, cominciata nei movimenti studenteschi di inizio anni settanta e che potrei considerare contrassegnata da una ricerca di “fedeltà”, ma anche, purtroppo, da esperienze di separazioni dolorose.
Come si dice per la vita sentimentale, posso dire di aver avuto tre matrimoni abbastanza lunghi.
Il primo, da “piccolo” col Manifesto e poi PDUP.
Il secondo col PCI.
Il terzo, più lungo e maturo, col PRC.
I “partner” dei miei matrimoni politici cambiavano se stessi in modi travagliati durante il matrimonio e, magari, finivano con lo sciogliersi.
Ho vissuto col PDUP molte scissioni da ciò che poi diventerà Democrazia Proletaria.
I travagli del PCI cominciarono pochi anni dopo il mio ingresso.
E poi il PRC.
Ho sempre cercato di evitare rotture perché tendo alla continuità, ma ho sempre messo al centro la politica per cercare di decidere per il meglio.
Ora che sono più “vecchio” vorrei aggiungere anche un po’ di distacco rispettoso per evitare i troppi veleni che ho vissuto.
Mi permetterò comunque qualche “affettuoso” motto di spirito che spero venga compreso.
Io ho militato nel PDUP perché mi sembrava capace di rappresentare una radicalità in grado in qualche modo di interloquire con quel partito che manteneva la rappresentanza della classe e cioè il PCI. E non a caso, forse, l’unico dei “gruppi” della nuova sinistra a dichiararsi comunista. Altri cercarono più direttamente di sottrarre la rappresentanza al PC, ma non ci riuscirono.
La fine del PCI ha rappresentato per me un cambio di paradigma. Avevo contrastato l’occhettismo con forza ma senza arroccarmi nel vecchio identitarismo e anche in nome di una rifondazione che ad esempio tenesse dentro la critica da sinistra del socialismo reale e dello sviluppismo.
Contrasto duro perché l’occhettismo metteva insieme il nuovismo e le vecchie pratiche di asprezza del partito.
Per questo suggerisco a chi non ha vissuto quel conflitto assai impegnativo di evitare di rivolgermi l’accusa di occhettismo perché si sfiora il ridicolo e l’irricevibile.
Ma, dicevo, la fine del PC ha cambiato il mio schema.
La rappresentanza sociale non era più delegabile e l’idea di un nuovo partito di massa diveniva attuale. Per questo non ho avuto dubbio alcuno a separarmi dalla mia “famiglia” del PDUP quando Magri e i comunisti unitari sono usciti. Ma ho vissuto l’uscita come un impoverimento. Come mi sono considerato impoverito dall’uscita di Cossutta seppur inevitabile. L’accelerazione della rifondazione é stato anche il tentativo di rispondere a questi impoverimenti e di cogliere il nuovo, come il movimento, per farne il protagonista della fase che si apriva. E protagonista, il PRC, lo é stato. Nella realtà sociale, dalle lotte nei consigli a quelle del movimento di Genova.
E nella realtà politica dalla rottura col primo Prodi al tentativo del secondo Prodi, ma la dimensione di massa é stata solo sfiorata.
Diceva Libertini, con cui dissentivo su molto, ma non su questo, che sotto il 10 per cento non ci si può dire partito. E noi il 10 per cento non l’abbiamo mai fatto.
Intanto la società cambiava e la dimensione “di massa” richiede nuove riflessioni. Sta di fatto che tutti gli eredi del PDS, DS e poi PD, hanno mantenuto questa dimensione e noi l’abbiamo persa. Si può credere che sia colpa di due anni di governo?
Oppure, come qualcuno pensa e dice, del “bertinottismo”?
Francamente non é serio politicamente. In fondo, però é quello che pensano quelli che credono si possa partire solo dal PRC e riavvolgere indietro la pellicola.
Non capisco perché ciò che non é riuscito a Bertinotti-Cossutta dovrebbe riuscire a Ferrero-Grassi. Se mi si passa la battuta, che vuole essere affettuosa, é come se si passasse da Stallio e Ollio, per me due geni, a Gianni e Pinotto, che sono al più simpatici e caratteristici.
E se ci mettiamo altri dirigenti delle formazioni comuniste si può arrivare al trio Lescano. E siccome non voglio tenermi fuori, mi candido a fare la mano della famiglia Adams. Scherzo. Anche se le cose in realtà sono assai serie. Il PRC non ce l’ha fatta: é questo il problema. Ha dato molto. Poteva di più. Ad esempio con la Sinistra Europea, intuizione geniale avversata in nome dell’internazionale comunista.
Ma basta vedere alcune cose dette e fatte in questa ultima fase, nel rapporto con i movimenti, il ritorno dei servizi d’ordine, o nella cultura istituzionale, tutto é partito, o nella cultura politica, il tradimento del comunismo come categoria per ottenere consenso, per capire che la stessa innovazione non ha fatto molti passi in avanti.
Naturalmente, dal mio punto di vista. Io non ho nessuna centralità elettoralistica, ma se ci si rassegna a otto liste elettorali (contatele, da ferrando ai radicali) non si ha più la bussola di massa. Naturalmente la diaspora non é elettorale ma politica. E lì vale ciò che ho detto prima sul PRC: non ce l’abbiamo fatta, almeno fin qui.
C’é da ricostruire un soggetto di massa. Constato che l’identità comunista, difesa giustamente dalla bolognina, fin qui non ci é riuscita. Naturalmente non ce l’ha fatta neanche chi ha voluto prescindere da essa, così importante per quello che rappresenta nella realtà del paese. La scissione di SD é stata al di sotto di ciò che poteva essere. Anche per l’epoca cambiata dai tempi dell’uscita del PRC. Qui é il punto. Il nuovo nesso tra dimensione di massa e società mutata. Soprattutto la difficoltà del mondo del lavoro ce ne parla.
E non si risolve con un po’ di populismo. Lo “scontro ideologico” sempre più rancoroso é l’effetto di questa difficoltà. Non certo la soluzione.
Si può pensare, come qualcuno fa che, dopo Chianciano, regni nel PRC l’ordine, come nella Danimarca dopo la more di Amleto? “Non ci fate perdere tempo” ha scritto un vecchio militante cui pure voglio bene. Non mi pare che di questo si tratti. Anzi, posso dire che troppa mia vita politica, e, grazie anche al ruolo, ne faccio tanta, non trova più utilità nel partito.
Un partito impoverito anche nei quadri, come lo é stato per ogni scissione.
Serve la politica, politica di massa. Se non ci si riesce e ci si rassegna alla diaspora, tra otto piccoli partitini o liste elettorali, non resta che scegliere per affinità culturale, come fu al tempo del PDUP, o starsene fuori.
Siamo ancora in tempo, se sapremo farci guidare dalla politica, perché il nostro futuro é nelle nostre mani.

*Eurodeputato del Prc-Se

caro Roberto
come sa chi mi conosce appartengo ad una generazione politica successiva alla tua, ciò nonostante non ho nessun problema a riconoscermi nelle cose che dici e in come lo dici. Hai saputo dare forma compiuta ai tanti pensieri che in questi mesi affollano la mia mente ( ma non solo la mia, credo) e alle ansie che questo precipitare di troppe questioni in pochissimi giorni sta generando.
Non ho vergogna ad ammettere che il congresso di Chianciano per me rappresenta una cesura netta fra una Rifondazione in cui mi sono riconosciuto “senza se e senza ma” e un partito che -a volte- fatico persino a capire. Tuttavia mi riesce difficile anche leggere interviste sui giornali che mi spiegano il perchè e il percome di scelte che vorrei contribuire a prendere, se del caso, e non dare per scontato che il dado sia tratto una volta per tutte.
Tu scrivi che il nostro fare politica deve avere come bussola quella del costruire relazioni, rapporti di massa. Sono d’accordo. Non capisco però perchè lasciar scrivere ad autorevoli quotidiani che il nostro interlocutore privilegiato sia Claudio Fava, il quale ha già deciso-bontà sua- che l’alleanza col PD sia “a prescindere”.
Mi interessa sapere come la nostra associazione indaga i nuovi movimenti , cosa ci vuole costruire insieme, come socializziamo analisi e proposte con la fiom. Come tutto questo diventa proposta politica anche per l’attuale maggioranza ( o parte di essa) che governa questo partito.
Questa fase, caro Roberto, è densa di aspettative e di nuovi entusiasmi per tutti noi. Nel nostro circolo- a Messina- vengono le maestre elementari a ringraziarci per il sostegno e la correttezza con cui ci muoviamo,senza mettere cappelli etc.. Domani cosa diremo loro? Cercateci altrove perchè a Roma hanno deciso così?
Io sono convinto che per ricominciare con l’Onda e con i metalmeccanici la formula “pagnotta più leninismo” faccia sorridere ( sta a soviet più elettrificazione esattamente come gianni e pinotto stanno a laurel e hardy, per seguirti)
Neanche le aggregazioni di ceto politico e le fughe in avanti però vanno bene…oltre le doverose smentite vorrei vedere qualcosa di più.
con grande affetto
Tonino


Mentre monta l’onda anomala..torna pure la pantera!

Avellino, una reporter avvista la pantera

Le immagini della pantera riprese ad Ariano da una giornalista della tv locale Canale 58. La troupe era stata chiamata dagli abitanti (foto: Canale 58)
Napoli la Repubblica.itGalleria Fotografica

Ecco, il sito di Repubblica-Napoli ci fa una gradita sorpresa: una pantera si aggira libera e imprendibile per le campagne del sud.
Diciott’anni fa le campagne erano quelle dei castelli romani, ma la pantera -con il suo carico di immaginario che evoca inafferrabilità e grande libertà come oggi annunciava la rottura di una tregua sociale che era durata troppo a lungo, e la comparsa di una generazione che -cresciuta nella desertificazione culturale e politica – si doveva inventare i propri codici comunicativi, le proprie modalità di relazione, il proprio essere soggetto politico, produttore di senso.
Allora fu il fax, da quei giorni oggetto -feticcio delle nuove tecnologie emergenti, a fornire il “sistema nervoso” al movimento, a consentire una rapidità e un immediatezza nella consultazione reciproca , nello scambio di notizie ,nell’elaborazione politica, che non aveva precedenti e che costituì anzi l’embrione delle reti cognitive che avremmo conosciuto negli anni avvenire. La pantera , perciò, si prestò a diventare il simbolo di quel movimento più per la sua eleganza felina e la sua rapidità che per l’allusione ai miti delle generazioni precedenti ( le black panthers le avremmo scoperte dopo e solo i più smaliziati di noi).
Ora-accompagnata da mezzi ben più potenti e pervasivi, Internet, i social networks- la generazione dell’Onda si appresta a crescere in fretta ed a diventare movimento consapevole della propria politicità.
Intanto la pantera ritorna a farsi vedere nelle campagne. A qualcuno potrà far venire in mente il proverbiale spettro di cui scriveva Marx, quello che si aggirava per l’Europa a togliere il sonno a borghesi e pavidi di ogni specie; forse invece non è proprio nulla. Un semplice gatto nero che ha mangiato troppa carne. Ma a noi piace pensarla come il “segnalatore di incendio” di Walter Benjamin: un’ombra che gira per campagne e periferie e ricorda a tutti che “anche se si credono assolti, sono lo stesso coinvolti”.
Tonino

Sciopero generale della scuola: in decine di migliaia in piazza anche a Messina.

Un lungo corteo attraversa le vie del centro e giunge davanti alla prefettura.

Le prime ad arrivare a piazza Cairoli sono proprio loro: le maestre della scuola primaria e dell’infanzia. Hanno portato i loro bambini con le famiglie e si dispongono dietro gli striscioni colorati degli istituti. Il decreto Gelmini, approvato proprio ieri dal Senato, si accanisce particolarmente contro una scuola primaria che è stata definita fra le migliori d’europa, grazie ai “moduli” e all’introduzione di programmi ispirati alla pedagogia più avanzata, ma lo sciopero generale della scuola riguarda tutte e tutti.

E tutte e tutti infatti sono presenti. Insegnanti di ogni ordine e grado, studenti, medi e universitari, dietro gli striscioni dele scuole e dei rinati collettivi di facoltà. Le sigle sindacali per una volta presenti senza eccezioni e unite da un unico obiettivo.

Il corteo di Messina era stato pensato dai coordinamenti di alcune scuole -in testa gli insegnanti della Cannizzaro e dell’Ainis- ma ha visto una partecipazione in crescendo e realmente di massa. C’è persino uno striscione di “elettori pentiti del popolo delle libertà”.

La sinistra radicale-fuori dal parlamento- è presente con discrezione, senza bandiere di partito, mentre davvero pochi sono gli esponenti della politica istituzionale. c’è il deputato regionale del PD Panarello e c’è Liliana Modica, forse più come docente che come esponente della passata amministrazione comunale di centrosinistra.

Il circolo Arci Thomas Sankara ricorda che la scuola del governo Berlusconi diventerà anche parecchio razzista, grazie alla proprosta delle classi differenziali per i picc oli migranti, e sfila con genitori e bambini del campo Rom.

Il corteo passa davanti ai palazzi del potere locale, dai quali nessuno sente il dovere di affacciarsi almeno per stare a sentire. Davanti al palazzo del governo si improvvisa un’assemblea e si chiede al prefetto di ricevere una delegazione dei manifestanti, mentre giungono da Roma notizie confortanti sulla partecipazione ai cortei nazionali.

Domani tocca nuovamente all’Università con un assemblea d’ateneo che sipreannuncia affollata e densa di contenuti.

Tonino Cafeo

Lezioni all’aperto all’università di Messina.l’onda anomala è giunta in riva allo stretto.

Un’assemblea spontanea nell’androne del rettorato e le lezioni in piazza inaugurano la settimana di mobilitazioni in difesa dell’università e della scuola pubbliche.

Alle dieci del mattino batte ancora la pioggia su Messina, mentre le notizie che arrivano da Roma non confortano per niente. I primi articoli del decreto Gelmini sono approvati dal Senato. Gli studenti e i docenti universitari però non hanno nessuna intenzione di fermarsi: così l’androne del rettorato si riempie come non si vedeva da anni. Tante e tanti ragazze e ragazzi che non hanno mai partecipato a una manifestazione accanto -forse per la prima volta nella storia dei movimenti- ai loro docenti, ai ricercatori precari, agli assegnisti, ai dottorandi, alcuni dei quali da lungo tempo impegnati in una dura battaglia per la stabilizzazione con il sostegno della Nidil-Cgil.

C’è appena il tempo per fare il punto della situazione quando il ritorno del sole incoraggia forme di lotta più visibili. Studenti e professori occupano per una mezz’ora Piazza Università e le vie circostanti, provocando un certo nervosismo da parte delle forze dell’ordine,manifestato-per fortuna-soltanto in forme verbali, con qualche “consiglio” rivolto a quanti individuati quali “responsabili della piazza”.

Intorno alle undici e trenta cominciano comunque le previste lezioni all’aperto. I professori presenti si alternano al microfono offrendo un repertorio esauriente di quanto di solito si fa in aule e dipartimenti. Ci sono sociologi ed economisti come Perna e Signorino, lo storico Peppino Restifo invita gli studenti a riflettere sul ruolo dei “microparassiti e macroparassiti” nella storia della città; il fisico Beniamino Ginatempo svolge il proprio intervento spiegando come la propria disciplina sia utilissima a comprendere le questioni ambientali,mentre Saverio di Bella , anche lui storico, applica ai discorsi del premier Berlusconi il metodo che in storiografia si adopera per distinguere le fonti autentiche dal quelle false.

Il messaggio del Rettore, letto da una portavoce dell’ateneo, riporta l’assemblea su un terreno propriamente politico. Studenti e ricercatori respingono al mittente la solidarietà tutta formale del massimo responsabile dell’università. Come è stato solerte a difendere interessi di natura familiare-si nota da più parti-il professor Tomasello avrebbe potuto sostenere da vicino studenti e docenti, magari accettando di confrontarsi con essi in assemblea. Claudio Risitano-studente di scienze politiche , dei Giovani Comunisti- sottolinea che il senato accademico si è riunito senza prendere alcuna posizione in merito ai tagli. L’atto concreto che il movimento si aspetta a questo punto è una convocazione straordinaria dell’organismo con all’ordine del giorno il chiaro rigetto del decreto 133 e il rifiuto di trasformare l’università in una fondazione privata.

prossimi appuntamenti: il corteo cittadino del 30 ottobre e l’assemblea d’ateneo venerdì31 alle 10 nell’aula ex mineralogia.

Tonino Cafeo

Perché dico: sinistra senza aggettivi

Su Liberazione di oggi ,il professor Marcello Cini riprende alcune utili riflessioni sulla “cassetta degli attrezzi ” teorici per la sinistra e sull’analisi di Marx.

Non condivido tutte le personalissime conclusioni dell’autore. Il suo contributo però mi pare utile al dibattito.

buona lettura

T.

In un articolo pubblicato sul il manifesto , (17 settembre), argomentavo che i mutamenti intervenuti, con il passaggio al nuovo secolo, nel processo ormai globale di accumulazione del capitale, dovrebbero portare gli eredi delle due anime del movimento operaio ottocentesco a porre nel nostro paese le basi teoriche e pratiche di un nuovo soggetto politico della sinistra, superando la spaccatura che le ha contrapposte, talvolta anche con la violenza delle armi, nel secolo scorso. Entrambe infatti, sono entrate in una profonda crisi con il dilagare in tutto il globo dell’ideologia e della pratica neoliberista. Alberto Burgio (2 ottobre), che ringrazio per gli apprezzamenti che esprime nei confronti dei miei sforzi, mi risponde tuttavia riaffermando la necessità per la sinistra di rimanere, sia pure con tutte le aperture e gli aggiornamenti necessari, ancorata ai fondamenti della tradizione comunista.
Lo fa sulla base essenzialmente di tre punti. In primo luogo Burgio trova una contraddizione tra il mio obiettivo di ricomposizione della sinistra e la collocazione delle mie riflessioni nel quadro del marxismo. «Se si lavora (anche) con gli strumenti forniti da Marx – afferma – occorrerebbe dire perché e in che misura non si è (più) comunisti».
In secondo luogo il mio interlocutore mi chiede di spiegare «in base a quali ragioni si attribuisce efficacia antisistemica a proposte politiche (il mutualismo dei socialisti utopisti) difficilmente compatibili con l’analisi marxiana del processo di accumulazione». Infine dovrei «spiegare perché [io] consideri afflitto da manie identitarie (se non addirittura un relitto) chi si dichiari ancora comunista».
Cerco dunque di chiarire, per cominciare, la mia collocazione nell’ambito dell’impianto teorico della teoria marxiana dell’accumulazione capitalistica. Secondo me non esiste una sola “teoria marxiana” dell’accumulazione capitalistica da prendere o lasciare.

Non può dunque porsi una questione di fedeltà a un princìpio astratto valido una volta per tutte. Anzi dirò invece che ci sono già in partenza due Marx da confrontare fra loro. Si tratta dunque di valutarne l’adeguatezza e l’efficacia, ai giorni nostri.
Chiedo scusa se devo brevissimamente ricordare di che si tratta. Il Marx più noto è quello del Capitale , che fonda la sua teoria della produzione delle merci materiali sul concetto di valore di una merce, costituito dalla quantità di lavoro mediamente necessario a produrla, e individua l’origine del profitto nel lavoro in più (plusvalore) erogato dal lavoratore rispetto al lavoro necessario a produrre le merci da lui consumate per sopravvivere, del quale il detentore del capitale si appropria. Il concetto di valore è stato tuttavia contestato fin dall’inizio, anche da economisti di cultura marxista, sulla base del fatto che il valore di una merce non coincide con il suo prezzo di mercato, e non è dunque direttamente misurabile.Conosco bene la questione perché trent’anni fa ho contribuito a questo dibattito, assieme ad alcuni dei maggiori studiosi italiani della questione, con un saggio pubblicato su un volume edito da Einaudi intitolato Valori e prezzi nella teoria di Marx . La mia conclusione fu allora che «l’analisi in termini di valore condotta da Marx… rivela le caratteristiche fondamentali del meccanismo di accumulazione del capitale».
Non cambio oggi di una virgola la mia analisi, ma sottolineo vigorosamente che essa valeva per l’economia che Marx stava studiando ai suoi tempi, nella quale – come spiegava egli stesso – «i fenomeni della produzione non materiale sono così insignificanti, paragonati all’insieme della produzione capitalistica, che possono essere completamente trascurati». Oggi tuttavia è il caso di domandarsi: vale ancora in una economia alla quale gli stessi economisti hanno dato il nome di “economia della conoscenza?” Penso che si debba rispondere negativamente.
E’ proprio l’altro Marx, quello dei Grundrisse , che mi dà ragione. In questo testo, d’altronde ben noto, egli si lancia a prefigurare uno scenario futuro nel quale «la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato… ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione». Due erano le conseguenze che lo stesso Marx intravedeva come risultato di questo sostanziale mutamento.
La prima era che «non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura». Non è una affermazione da poco, perché parla di noi. Avvertendoci che oggi la sua stessa teoria del valore-lavoro non sarebbe più stata adeguata a spiegare il processo di produzione capitalistico e il meccanismo di ripartizione della ricchezza.
La seconda conseguenza intravista da Marx era che quando «il valore di scambio [cessa] di essere la misura del valore d’uso la produzione basata sul valore di scambio crolla». Non è andata così. Il problema è infatti che, come sappiamo, il capitale ha trovato la via d’uscita per evitare questa sgradita conclusione. E’ riuscito a trasformare in merci, appropriandosene, quei beni non materiali che “l’individuo sociale” crea e dei quali chiunque avrebbe potuto, secondo la previsione marxiana, fruire liberamente e gratuitamente.
Dalle visioni del Marx dei Grundrisse seguono però alcune importanti indicazioni. Innanzitutto che compito primario della sinistra dovrebbe essere quello di combattere il dogma secondo il quale, trattandosi comunque di merci da immettere e da acquistare sul mercato, non c’è differenza fra oggetti materiali da un lato e beni immateriali, non tangibili o relazionali dall’altro. Per la sinistra invece la differenza dovrebbe essere evidente per le ragioni che ho meglio argomentato nel mio articolo precedente. In particolare perché le merci immateriali non si “consumano”. Esse possono dunque assumere la forma economica di “beni comuni”.
Dovremmo dunque indagare a fondo, per esempio, le forme nuove che il capitale inventa per espropriare attraverso le reti l’intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini (v. Carlo Formenti, Cybersoviet ). Va dunque esplorato se e in che misura il crescente contributo della scienza e della tecnologia nella creazione della ricchezza possa ridurre il peso e l’efficacia del lavoro nel conflitto con il capitale in ragione della sua trasformazione qualitativa. Dopotutto dovremmo cercare di capire perché gli operai ci sono ancora ma la classe operaia non c’è più.
Scriveva su questo tema, poco prima di lasciarci dieci anni fa, osservazioni molto acute il mio carissimo amico, comunista, Michelangelo Notarianni: «Non di meno lavoro si tratta, quando si parla di una società che porti al massimo di espansione e di efficienza il carattere razionale, automatico e macchinistico della produzione. Non di meno lavoro, nel senso di una parte sempre più grande di umanità esentata dal rapporto di responsabilità nei confronti della natura o degli altri uomini.. [Ma] di meno lavoro salariato (o astratto o dipendente o alienato)». Se è così, forse potrebbero essere proprio quelle proposte politiche che derivano dal «mutualismo dei socialisti utopisti», che Burgio non ama perché «incompatibili con l’analisi marxiana» tradizionale, ad aiutarci a trovare la direzione giusta.
Mi resta poco spazio per spiegare meglio perché sarebbe limitativo e fuorviante dichiararmi “comunista”. Credo in primo luogo che la sinistra senza aggettivi dovrebbe attuare una drastica revisione del suo albero genealogico e della sua storia. Non solo perché il crollo dell’Urss e dei regimi che per decenni hanno rappresentato il “comunismo” e i suoi ideali nel mondo costituisce un fardello così pesante sulle sue spalle, da minare alla base le prospettive di successo di ogni nuovo soggetto politico che si richiami a quell’esperienza storica. Ma anche perché bisogna rendersi conto che un termine come “comunismo”, decontestualizzato dall’epoca in cui si è incarnato nelle azioni e nelle esperienze, nelle sofferenze e nelle passioni, di milioni e milioni di donne e uomini non significa in sé più nulla per chi non le ha vissute, o addirittura può evocare indifferentemente, a seconda delle interpretazioni soggettive individuali, sentimenti totalmente privi di riferimento con la realtà sociale di oggi.
Non basta. Occorre soprattutto non costringere una eventuale futura sinistra in un letto di Procuste che ne tagli via parti vitali ormai indispensabili per affrontare con speranza di successo le tempeste che aspettano i ragazzi di oggi. Penso soprattutto all’indispensabile contributo di altre culture alternative all’ideologia del capitale, estranee alla – se non addirittura combattute dalla – tradizione comunista. Con quale presunzione si pensa di poter cooptare Gandhi a fianco della “dittatura del proletariato”? E come faccio a dimenticare che cinquant’anni fa io stesso in prima fila, sostenevo che il comunismo avrebbe “sottomesso” la natura al potere dell’uomo? E ancora, anche senza sfiorare i temi del pensiero femminista rispetto ai quali sono del tutto impreparato, come non ricordare che le idee di Rosa Luxemburg sono state completamente emarginate nel movimento comunista mondiale dal leninismo imperante?
Attenzione: abbiamo un baratro davanti a noi. Se camminiamo con la testa rivolta all’indietro ci caschiamo dentro.

Marcello Cini ( da http://www.liberazione.it ) del 26 ottobre 08