Il blog di Tonino Cafeo

Sansonetti ha ragione: il nostro problema oggi è rompere i recinti

Ottobre 18, 2008 · Lascia un Commento

Oggi questo blog ospita due contributi - tratti da Liberazione -molto interessanti. Il primo  , che pubblico qui perchè su altri spazi susciterebbe un vespaio di polemiche che sarebbe il caso di evitare, è di Michele Depalma- giovane dirigente del PRC- e si interroga sulla funzione di questo partito all’indomani della grande manifestazione dell’11 ottobre e mentre si affaccia sulla scena un nuovo movimento studentesco che fa ben sperare per il futuro dell’opposizione sociale.

Il secondo è un’articolata riflessione – a partire dalla campagna per le presidenziali USA-sul ruolo della narrazione nella costruzione e nel perdurare dell’egemonia della destra sulla società.

Buona lettura

T.C.

Caro Piero, tu non sei in direzione nazionale, ma nel corso dell’ultima, mentre noi, noi tutti discutevamo delle nostre beghe, in tutta Italia scendevano in piazza centinaia di migliaia di studenti medi e noi, come se nulla fosse: neanche una parola, se non fosse per un intervento in chiusura di una giovane comunista. L’opposizione alla sfida per l’egemonia della destra nella società (do you remember Gramsci?) è sbocciato nelle assemblee con migliaia di studenti e docenti, come ieri nell’università di Palermo e non nel balbettio da cretinismo parlamentare del Pd o nell’ostentazione identitaria delle sinistre. Non siamo dinnanzi solo ad una opposizione alla riforma, ma a un tentativo di ri-presa di coscienza più generale della crisi che investe la scuola, università e quindi la nostra stessa civiltà.
“Noi la crisi non la paghiamo” è l’urlo e il virus di contaminazione che allude da subito solidarietà con una crisi generale. E invece dalle nostre parti si sente dire che: “tra la borsa di Milano e la busta della spesa noi scegliamo di occuparci dell’ultima”. Ma come? Bisogna essere a “Crozza Italia” per non capire la relazione. La potenza che gli studenti e i ricercatori precari hanno cominciato a muovere, supera i confini detentivi e disciplinari delle mura universitarie e scolastiche, cerca contaminazioni come un virus che si insinua nei centri di ricerca e sviluppa “senso” e “simbolico”. Riattraversano la metropoli nel suo complesso e intercettano lo sfruttamento delle filiere produttive cognitive e materiali, (dalla ricerca commissionata dai privati alla consegna in motorino della pizza la sera). Le parole della sinistra sono più povere di quelle degli studenti. Noi non possiamo scegliere la strada del populismo, perché questo significherebbe rompere con una nuova generazione e farsi fregare dalla destra nelle periferie. Il conflitto che si è aperto in questi giorni è anche la possibilità di una alfabetizzazione, di una rottura della semplificazione del lessico mediatico e politico imposto dalla egemonia della destra, è una occasione per la sinistra non di cercare consensi, ma le parole, provando ad ascoltare e mettendo a disposizione quello che ha per far vivere uno spazio pubblico di opposizione innanzitutto alla cultura delle destre. I saperi e la loro trasmissione sono i codici e i geni della matrice. Del resto, cosa sono se non l’assalto delle destre al pubblico, al ‘68, alla scuola e all’università e infine al contratto nazionale di lavoro? Non è solo la vendetta ma un investimento sul futuro. Intervenire sul Dna di una società da modificare geneticamente attraverso azioni semplificative, disciplinari (il grembiule), segregative (classi separate per i migranti). E qui nasce una domanda cruciale: la sinistra è all’altezza della sfida?
Avendo letto alcuni articoli pubblicati in questi giorni dopo la manifestazione dell’11 penso di no, viste le lenti deformanti dell’obbligata felicità da “orgoglio rosso” post corteo. Sì, è vero, eravamo in tanti, più del previsto, ma confesso che nonostante i numeri la manifestazione mi ha fatto sentire più solo del giorno prima. Pensavo fosse solo una mia sensazione, percezione, ma col passare delle ore mentre sfilavamo per le strade di Roma e nei giorni seguenti nelle discussioni con chi c’era e chi no, è diventata una “connessione sentimentale”, una “verità” inconfessabile per opportunità politica. Premetto che la mia riflessione prescinde dalle torsioni e tensioni identitarie. Ho visto migliaia di bandiere, forse lo stesso numero del 20 ottobre, ma mi si permetta di dire con onestà, con un numero inferiore di partecipanti. Sembra di passare dalle “belle bandiere” alla “guerra delle bandiere” che contagia tutti. Contagia e non contamina. Sì, perché eravamo abituati alla parola contaminazione: con-fusione di storie personali e organizzazioni, eravamo abituati agli attraversamenti, mescolamenti, di diversi colori. Il 20 ottobre, qualcuno può obiettare era ugualmente tinto solo di rosso, ma la differenza con l’11 è che un corteo monocromatico era stranamente segmentato. Bastoncini di frammenti di identità di partito. Ogni spezzone aveva la sua verità comunista da esibire contro. Una specie di sfida cromatica a chi è più rosso, col rischio del sotto la bandiera niente. Mi spiego meglio. Quelle bandiere sono stracci rossi che possono essere raccolti per terra da un bambino immigrato che rischia la segregazione razziale in una classe ad hoc? Sono stracci rossi che operai precari possono raccogliere per battersi per il contratto? So di fare una critica pesante, che ovviamente è rivolta innanzitutto a me stesso, ma penso che la manifestazione dell’11 non fosse conflittuale. Questo non significa che non ci fosse rabbia, passione e la voglia di dire dopo tante sconfitte: ci sono, esisto! Ma nel tempo in cui siamo tra crisi sociale e economica, di passioni tristi e cultura xenofoba, omofobica e sessista non possiamo accontentarci. Le destre al governo continuano ad alimentare la guerra civile, la frammentazione per segmenti omogenei: il nostro problema oggi è rompere i recinti. Spiazzare l’avversario. Rompere le solitudini, come quella di Roberto Saviano, emblema di una generazione del sud che magari ci prova e viene lasciata sola. Ho abbracciato tante compagne e compagni in quella manifestazione e sono contento del fatto che sui numeri abbiamo vinto, ma posso dire senza essere accusato di disfattismo che il nostro problema è andare oltre? “Oltre” parola eretica in questo periodo nei nostri paraggi, per me una ossessione per rompere la solitudine dei comunisti e della sinistra. Rischiamo l’autismo. Rischiamo di parlare tra di noi anche in un corteo. Rischiamo di continuare a non essere sentiti utili. Insomma non si è prima comunisti e poi donne, giovani, precari, immigrati. È esattamente il contrario. Per questo penso che il nostro problema sia come le opposizioni (dagli studenti agli insegnati, passando per i migranti fino ai precari), possano trovare uno spazio pubblico condiviso. Porre un problema generale, mi verrebbe da dire di civiltà e di umanità visto quello che sta accadendo nel mondo. Essere capaci di alzare lo sguardo oltre le nostre bandiere. Sono questi i motivi per cui, caro Piero, ti ho scritto questa lettera. Perché non voglio partecipare alla liturgia della nostra beatificazione, visto che siamo ancora vivi. Forse un aneddoto può spiegare più di mille parole. Il giorno prima del corteo ho provato a convincere un operaio in pensione del bergamasco a non partire da Roma e a prendere parte alla manifestazione. La sua risposta caustica è stata “non ho bisogno di andare a una manifestazione per dire che esisto, io lo so già”.

Michele Depalma

 da Liberazione del 18/10/2008 http://www.liberazione.it

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Maroni “ridimensiona Saviano?” Piuttosto lo manda al macello.

Ottobre 17, 2008 · Lascia un Commento

 

l'autore di Gomorra

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“La mafia uccide, il silenzio pure..certe parole poi sono peggio del silenzio”

 

 

Dal sito di Repubblica:

NAPOLI - Parole forti, perfino frecciate polemiche, del ministro degli Interni Maroni a Roberto Saviano. “E’ un simbolo – dice il ministro – ma non è il simbolo. La lotta alla criminalità organizzata la fanno poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali”.

Il titolare del Viminale è a Napoli, dove a margine della firma di un protocollo per la legalità con gli imprenditori si augura che lo scrittore non lasci l’Italia “perché contribuisce con la sua immagine al contrasto alla crimininalità organizzata”, ma anche perchè non ritiene “una buona idea quella di andarsene. Non mi pare ci sia certezza di evitare la vendetta camorristica che non ha confini”.

Poi Maroni ribadisce: “Non è da oggi che si combatte la camorra, lo si fa da sempre in silenzio. Al di là della risonanza mediatica e della vicenda personale di Saviano la lotta alla criminalità organizzata si fa quotidianamente da parte di tutte le forze dello stato, sempre più con il coinvolgimento dei cittadini”.

“Non vorrei ridurre lo Stato nella sua azione – conclude il ministro – a una personificazione”.

(17 ottobre 2008)

Il copione è sempre lo stesso, anche se speriamo che la storia non si ripeta. Ci sono degli uomini che si espongono in prima persona, chi indagando, chi cambiando le leggi e battendosi per farle applicare, chi raccontando i fatti.

Altri invece si nascondono dietro dichiarazioni di apparente buon senso, ma pesanti come macigni.

Che ha voluto dire il ministro Maroni snocciolando il solito elenco di magistrati, poliziotti e ( immancabili)  ”categorie produttive”? Che la lotta alla mafia si fa coi fatti e non con le chiacchiere?

E’una dichiarazione di banale buon senso ma talmente sconnessa dalla realtà da non riuscire a nascondere il vuoto desolante che l’ha prodotta. Quali sono i fatti? La commissione antimafia che- a sei mesi dalle ultime elezioni politiche- non è stata ancora eletta e insediata? La pretesa di raccontare un paese in cui l’unico problema di sicurezza sembrano essere poche decine di migliaia di migranti o di Rom a cui è negato ogni diritto umano? La moltiplicazione di Cpt o di ordinanze che vietano di fare merenda sull’erba o di passeggiare al chiaro di luna in più di tre persone?

Il fatto vero del giorno è il primo responsabile della sicurezza dei cittadini che dice velatamente che il cittadino Roberto Saviano,di professione scrittore e giornalista, ad ogni buon conto se la sta andando a cercare.

Oggi è venerdì 17  e noi non vorremmo portare rogna a Roberto Saviano, ne ha già tante. Solo che il dramma dell’isolamento ( o la banalizzazione) che precede fatti più gravi l’abbiamo visto svolgersi troppe volte. C’erano gli stessi di adesso al governo quando il professor Marco Biagi fu definito “un rompicoglioni”.

Sappiamo come è finita. Siamo ancora in tempo ad evitare che succeda di nuovo.

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Fuori dal cerchio

Ottobre 16, 2008 · Lascia un Commento

La comunità Rom di Messina e i suoi amici.

Monsignor Piero Gabella è presidente del Comitè catholique international tzigàne, ma non ha l’aspetto classico di un alto prelato. Vive da anni in un campo Rom del nord Italia , così come don Federico Schiavon, direttore nazionale per la pastorale tra i Sinti e i Rom della fondazione Migrantes.

Appartengono entrambi a quella minoranza che , fra i cattolici, si ostina a riconoscersi nelle idealità del Concilio Vaticano II e a praticarle con coerenza e nessuna presunzione. Sono venuti a Messina a parlare ad un incontro organizzato da un gruppo di volontari -credenti e non- da anni  concretamente a fianco della comunità Rom, impegnato in piccole ma essenziali attività , come quella del doposcuola ai bambini, e -soprattutto- ad aprire canali di comunicazione fra i “nomadi” , in realtà ormai più messinesi di molti residenti con passaporto italiano, e i “gagè” locali.

L’assemblea è dedicata alla condizione di vita di queste popolazioni in Italia ,che è in costante peggioramento, ma ,soprattutto, al deterioramento crescente delle relazioni con il resto della cittadinanza,in una fase storica in cui agli antichi e immarcescibili pregiudizi si affianca il cinismo di certa politica e le conseguenze terribili- in termini di rancore , ostilità , politiche d’ordine- della precarietà e del senso di angoscia che attanaglia strati sempre più vasti della popolazione.

L a metafora che usa monsignor Gabella per inquadrare il contesto è semplice ma efficace: “immaginate-dice- la società come un cerchio che comprende tutti -e che a tutti dovrebbe offrire dignità, protezione, riconoscimento.  All’interno del cerchio inscrivete un triangolo, oppure un rettangolo. Queste figure geometriche rappresentano le varie coalizioni che si alternano al governo, esse esprimono culture, interessi  particolari in base a cui legiferano.”

C’è sempre qualcuno-un eccedenza- diremmo col linguaggio della sociologia- umana. che resta fuori dai confini definiti , perchè irriducibile alle unità di misura con cui le maggioranze ( sociali, politiche , culturali) stabiliscono il confine fra il giusto e l’ingiusto, il conveniente e lo sconveniente.

La “fabbrica della paura” che governa oggi il rapporto fra politica e società provoca blindature molto forti, moltiplica i muri, restringe gli spazi e non è affatto detto che al di fuori di un cerchio dal diametro sempre più piccolo vengano collocati solo quelli che hanno il colore della pelle più scuro della media.

Senza scomodare la citatissima poesia di Brecht ( quando vennero a prendere me, non era rimasto più nessuno a protestare…) , basta guardare al moltiplicarsi dei provvedimenti autoritari dei sindaci del nord Italia o all’emedamento  alla riforma Gelmini proposto dalla Lega nord,  in base al quale verranno istituite classi differenziali per i piccoli migranti.

Fortunatamente persone come don Schiavon o monsignor Gabella si sentono a disagio quando sentono che certe ordinanze sindacali vengono emesse “per la difesa dei valori cristiani”. I due non le mandano certo a dire quando denunciano la regressione culturale che  oggi attraversa il mondo cattolico ( come quello laico) e il riemergere di posizioni paternaliste e fondamentaliste a cui bisogna sapersi opporre. Ma la strada non è breve ed è tutta in salita.

Le troppe file vuote dell’auditorium “Fasola” lo testimoniano anche troppo bene.

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Hello world!

Ottobre 15, 2008 · Lascia un Commento

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